Pupo: “Mi sono salvato grazie alle mie donne. E se non avessi cantato, avrei rapinato le banche!”

Di Edicola - 18 settembre 2015 17:09:17

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Lo scorso 11 settembre, il cantante e conduttore Pupo ha compiuto 60 anni, ma non per questo non si sente ancora uno spirito giovane: “Direi che nella mia vita mi sono fatto mancare poco, e non mi posso lamentare. Sessant’anni di età, 40 di carriera, 41 di matrimonio, 26 di fidanzamento. Sono nonno di tre nipoti, ho tre figlie, almeno per quanto ne so, perché potrei avere altri figli in giro per il mondo. La mia vita è stata davvero movimentata, ma il bilancio è positivo” esordisce lui. E se qualcuno nota che i conti non tornano, è perché forse non sa che lui vive il matrimonio in modo particolare e, oltre alla moglie Anna, ha anche una compagna di nome Patricia e, a quanto pare, non si è risparmiato altre avventure! “Non mi spaventa il numero 60: anche se non vogliamo ammetterlo, siamo tutti schiavi del tempo ma per non farsi frenare dall’età bisogna viverla con la consapevolezza di avere sempre meno tempo da vivere. So che devo gestirmi. Nel lavoro, ad esempio, non vedo l’ora di cantare all’estero in un Paese dove sono meno conosciuto, solo per fare un investimento in prospettiva. Guardandomi indietro rifarei quasi tutto, perché ho una grandissima serenità e un bel carico di esperienze. Altre cose, però, non le rifarei: alcuni momenti sono stati rischiosi, inutile nasconderlo. Mi è andata bene per una serie di coincidenze fortunate, ma se tornassi indietro di sicuro non giocherei tanti soldi, come ho fatto da giovane al casinò. E non andrei a letto con tutte le donne con cui sono stato, rischiando chissà che. Sapere di essere amato dal pubblico è un’arma a doppio taglio: qualcuno potrebbe avere una percezione alterata della realtà, ma a me non succede. Molti mi amano, ma a qualcuno non sto simpatico, però credo che mi ama lo fa perché apprezza la mia lealtà e onestà intellettuale. Ho sempre fatto quello in cui credevo, non per piacere. E poi qualche emozione con la musica spero di averla regalata. E’ vero che a 60 anni le persone ormai mi considerano un padre, un amante, un marito, ma anche un figlio. Mi vogliono bene per i miei difetti e un figlio, del resto, lo ami anche quando dice stronzate. E per i mie familiari sono un bambino! Ho ricevuto tantissimo affetto e non mi sono mai posto il problema di quanto ho dato“. Quando gli si chiede quale sia stato il momento più bello della sua carriera, Enzo Ghinazzi, questo è il suo vero nome, risponde: “Professionalmente ho dei punti fermi, come quando ho ricevuto premi e gratificazioni. Il più bello è stato quando ho capito che il mestiere di cantante era quello definitivo: fino a qualche anno fa, credevo fosse passeggero. Adesso sono certo che non potrò fare altro. Una svolta c’è stata quando ho iniziato a lavorare in tv: quando nel 1989 mi chiamò Gianni Boncompagni a condurre Domenica in con Edwige Fenech, ho capito che mi piaceva esprimermi anche con quel mezzo. Ma restare nell’attualità televisiva è più duro che restare in quella musicale. La musica ti permette di restare a galla in modo dignitoso. In tv o si è tra le prime venti star, o ci si trova in una realtà e uno squallore assurdo. Moltissime volte ho pensato di non farcela a mantenere la mia famiglia, non è una novità che chi fa questo mestiere così precario può attraversare momenti di incertezza, ma la mia fortuna sono state le mie donne: mia moglie Anna, la mia compagna Patricia e le mie figlie Ilaria, Valentina e Clara. Sono persone semplici, disposte a rimboccarsi le maniche, a sopportare il sacrificio e non hanno mai messo in discussione il mio valore, la mia dignità. Mi hanno sempre supportato, a volte sopportato. E incoraggiato. Se non fossi diventato Pupo? Avrei potuto fare il rapinatore di banche: non avevo voglia di lavorare in modo regolare, sono un ribelle. O magari l’avvocato: ho fatto il liceo scientifico e volevo iscrivermi a giurisprudenza per difendere i deboli. Se mi fossi umiliato caratterialmente e umanamente, invece, avrei potuto fare il postino, che era quello che faceva il mio babbo. Quando sono partito da Ponticino per Milano i miei erano preoccupati. L’idea di fare il cantante e avere successo si scontrava con la loro voglia di concretezza. Anch’io non ho voluto che le mie figlie seguissero le mie orme, non solo perché non avevano le qualità adatte, ma anche perché il mondo dello spettacolo è difficile e rischioso. Oggi Clara e Ilaria gestiscono la gelateria di famiglia, Gelato al cioccolato. L’altra figlia, Valentina, vive a Cuneo ma se le cose non vanno bene potrebbe farle aprire una filiale in franchising!“.

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