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Claudio Sona parla dell’esperienza a Physical Italia – Da 100 a 1: “Io e Nicholas Cornia eravamo la quota ‘coppia gay’. Mai provato un dolore così lancinante ma…”
L’ex tronista di Uomini e Donne ha raccontato com’è nata la partecipazione al reality di Netflix (e come l’ha vissuta)
Carola 07/10/2026

Lo scorso 11 settembre ha debuttato sulla piattaforma streaming Netflix il nuovo reality show The Paysical Italia – da 100 a 1, in cui 100 atleti (ma non solo) italiani, si sono sfidati in prove fisiche estreme con l’obiettivo di trovare il corpo umano ideale. In palio, un montepremi di 100mila euro, da assegnare all’unico concorrente rimasto in gara, che è riuscito a superare tutte le prove sbaragliando l’agguerrita concorrenza.
Tra i concorrenti, infatti, Federica Pellegrini, Jury Chechi, Tania Cagnotto e Alvise Rigo, ma anche Luis Sal, Elisabetta Canalis e Claudio Sona.
Proprio quest’ultimo, salito alla ribalta per via della sua partecipazione a Uomini e Donne nelle vesti di primo tronista gay, ha poi conquistato il pubblico per via della sua simpatia e della storia d’amore con Mario Serpa, che ha appassionato i fan del programma che li hanno continuati a seguire nuche al di fuori.
Purtroppo però la loro relazione non andò come sperato e i due decisero di lasciarsi. Oggi le loro strade si sono separate definitivamente e Claudio ha ritrovato l’amore accanto a Nicholas Cornia, con cui ha partecipato a Physical Italia.
Poco prima di cominciare questa avventura, Sona aveva scritto sul suo profilo Instagram:
Ricordate quel periodo in cui ero sparito dai social e non potevo dire a nessuno dove fossi? Ero semplicemente chiuso in un frullatore di sudore, adrenalina e prove fisiche al limite. Sono partito pensando di affrontare una competizione, ma mi sono ritrovato immerso in un’esperienza fantastica. Ho incrociato le strade di persone straordinarie: atleti pazzeschi che hanno fatto dello sport la loro ragione di vita, appassionati che non mollano mai e professionisti incredibili. Ognuno con la sua storia, ma tutti con la stessa identica ossessione per il movimento. La nostra routine? Un mix surreale di allenamenti massacranti, prove fisiche dove ho riscoperto muscoli che non sapevo nemmeno di avere, sessioni di trucco e parrucco per coprire le occhiaie e tantissime ore passate a conoscerci. Abbiamo festeggiato compleanni con torte improvvisate, ci siamo presi per il culo fino alle lacrime nei momenti di pausa, abbiamo condiviso la rabbia per una prova andata storta e la commozione di quando qualcuno doveva salutarci. E tra una sfida e l’altra, sono nati legami veri, di quelli che continui a coltivare anche a distanza di mesi. Guardare gli altri allenarsi mi ha insegnato un’immensità: ho capito che il limite è quasi sempre solo un’idea della mente e che la vera forza sta nell’imparare da chi ti sta accanto, anziché averne paura. Il mio numero era il 90.
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Nelle scorse ore poi ha raccontato qualcosa di più di questa esperienza e delle prove superate:
Tutto è iniziato un po’ per caso. Tra un colloquio e l’altro, alla fine si sono detti: “Perché no?” e hanno arruolato sia me che Nik (esatto, la quota coppia gay del programma.). Risultato: pettorale numero 90 e via verso l’ignoto. Ma parliamone.vEntriamo in sala busti poco prima di metà cast. Mi guardo attorno tra fisici scolpiti nel marmo e busti giganteschi e l’unica cosa che ho pensato è stata: i Ok, qui non sarà esattamente una passeggiata di salute.” Si comincia con la prima prova: II Plank. Sulla carta? “Dai, cos’è mai un plank, una cosa da ragazzini!” La realtà? Un inferno. Nik entra nel gruppo prima di me e io rimango li senza sapere se sia passato o no. Iniziano minuti interminabili: il rumore delle gocce di sudore che cadono in acqua rimbomba nella testa. Nessuno cede. Io intanto canto fra me e me, conto numeri all’infinito e, lo ammetto, godo nell’anima ad ogni tuffo degli altri! La testa fa tantissimo, certo, ma serve preparazione e diciamolo… una sana dose di fortuna: i mega bodybuilder da 100 kg erano penalizzati dalla gravità. Risultato: 44° posto dopo più di 40 minuti di plank. Unico piccolissimo dettaglio? Niente sensibilità ai mignoli per i successivi 40 giorni.
La seconda prova quella che temevo di più: la lotta per la palla. Non avendo una classifica alta, attendo di essere scelto. E mi va bene: mi chiama un calciatore. 10 cm e 10 kg più di me. Ciliegina sulla torta? lo con la febbre. Praticamente la combinazione perfetta per andare al macello. E invece no. In certi momenti non sai da dove arrivi la spinta, ma quando suona la sirena tiri fuori la grinta, il cuore e quell’attitudine da non mollare mai. Ci ho messo tutto me stesso, l’ho atterrato e mi sono letteralmente buttato sulla palla negli ultimi 4 secondi. VITTORIA.cSentire il tifo di tutti in quel momento è stato indescrivibile.
Un’emozione enorme rovinata solo dal dover salutare Nik, uscito su una barella mezzo morto dopo la sua impresa titanica. Lui ci credeva persino più di me a questo gioco, ed è stato durissimo vederlo andare via.
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L’ex tronista ha poi proseguito il suo racconto:
Capitolo due: si passa alle squadre, e qui le cose si sono fatte maledettamente serie. Finiti i duelli individuali, è subentrata la strategia. Ma in testa avevo un solo pensiero: in gara nessuno ti regala niente, men che meno gli amici. Anzi, proprio perché c’è stima, se ti trovi faccia a faccia con un amico, lui non ti concederà un millimetro. Per questo ho messo da parte l’affetto, ho ascoltato la testa e ho scelto il Team Biviano. Spoiler: è nata una famiglia, oltre che una squadra fortissima. È il momento della prima prova: II Ponte.cFin dal primo secondo abbiamo respirato un’alchimia pazzesca. Chi costruiva il ponte con le mani che tremavano, chi correva fino a sputare i polmoni per le assi, chi riempiva i sacchi e poi via, tutti insieme sotto al carico, uniti come un cuore solo. Una catena di montaggio perfetta. Quando abbiamo finito, la gioia ci ha travolti: urla, abbracci, lacrime di sollievo. Erano brividi puri. Poi la doccia fredda: perdere un compagno lungo il cammino è stato un pugno al cuore. Ma avevamo addosso ancora troppa fame per arrenderci. Arrivano però le Bighe dell’Inferno. Rimasti in 4, ci siamo trovati ad affrontare dei mostri da trainare. Ad ogni vasca, pesi su pesi. A me sono toccati 120 kg. Un macigno disumano. Mentre affondavo le spalle nella corda, le gambe mi bruciavano da morire, i muscoli urlavano e il fiato non bastava più. Lì non c’è più tattica, c’è solo la sofferenza pura e la forza di volontà.
Ho chiuso gli occhi per un secondo, ho fissato la linea del traguardo e sono entrato in un vuoto totale. Non sentivo più la tatica, non vedevo nessuno: vedevo solo quel traguardo da conquistare a tutti i costi. Ho spinto oltre ogni limite e… L’ABBIAMO PORTATA A CASA! L’esplosione di felicità dopo quell’agonia è qualcosa che non dimenticherò mai. Ora siamo rimasti solo in 14. Le squadre non esistono più, ma io sono ancora qui: vivo, salvo e con il cuore a mille, pronto a dimostrare fino all’ultimo secondo.
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Claudio ha quindi concluso il racconto di questa avventura così particolare e fuori dagli schemi:
Capitolo tre: l’atto finale. Le squadre non esistono più, si torna a essere da soli contro tutti. E la prova che ci aspettava era semplicemente un incubo: rimanere appesi a una sbarra. Sulla carta mi sono detto: Dai, in fondo è solo questione di resistere, che sarà mai?”. spoiler: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e in questo caso, un’agonia indescrivibile. Non ho mai provato un dolore fisico così lancinante in tutta la mia vita. Non sapevo letteralmente più come posizionarmi per sopravvivere. Un po’ provavo a stare con le braccia tese, un po’ poggiato sopra, un po’ con la sbarra piantata nelle costole. Ma il male era una morsa che mi divorava. A un certo punto, per dare tregua alle braccia, ho provato la mossa disperata: incastrare la sbarra sotto le ascelle. Risultato? Braccia completamente addormentate e sono scivolato giù. Decimo posto. Bastavano tre posizioni in più per passare il turno. Tre maledette posizioni. Ho sottovalutato la prova, e vero, ma ci ho messo tutto me stesso: corpo, testa, anima e cuore. Essere eliminati a un passo dal traguardo è stato un pugno nello stomaco, una delusione bruciante. Ma guardando indietro, il sentimento che vince su tutto è l’orgoglio: arrivare decimo gareggiando fianco a fianco con atleti straordinari è stata un’impresa incredibile.
La parte più dura in assoluto? Rompere il mio busto. Avrei voluto portarlo a casa intero, perché per me non era un semplice oggetto: racchiudeva ogni goccia di sudore, la mia tenacia, la mia forza e l’impegno di una vita nello sport. Ma non saranno di certo quei cocci a fermarmi. Anzi! Questa esperienza mi ha acceso dentro un fuoco ancora più grande e la voglia viscerale di continuare a dimostrare quanto valgo. La mia gara finisce qui, ma il viaggio è appena iniziato. Ora tifo i miei compagni ma grazie a tutti per aver tifato per me!
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