L’importanza di non perdersi nelle discendenze quando si guarda House Of The Dragon

Isa Novembre 9, 2022

La visione di una serie televisiva dovrebbe metterci a nostro agio, soprattutto in questo periodo, quando le temperature iniziano ad abbassarsi e un divano, una coperta e una tazza di cioccolata calda possono darci quella coccola in più durante un pomeriggio di relax. Eppure, a volte, guardare una serie tv – soprattutto se fantasy – può richiedere uno sforzo e un impegno notevoli. Non è semplice, soprattutto se entra in gioco la dinamica dei prequel e dei sequel, orientarsi in mezzo agli alberi genealogici delle varie famiglie dei protagonisti coinvolti. Lo abbiamo sperimentato un po’ tutti con House of the Dragon, il prequel di Game of Thrones, uno degli eventi televisivi di questo 2022, atteso, super streammato, a volte criticato.

La visione di Game of Thrones e delle sue otto stagioni aveva già messo a dura prova gli appassionati del genere. La lotta di potere, il continuo cambiamento sullo scacchiere delle alleanze, vicende politiche che si intrecciano con vicende strettamente personali: si tratta di elementi che presuppongono una approfondita conoscenza dei legami familiari, degli schieramenti sul campo di battaglia, delle simpatie e delle antipatie.

House of the Dragons ha replicato questo schema, partendo da una ambientazione di 200 anni prima. Continuità, insomma, anche nella complessità. Per questo – per evitare che la visione di una delle serie tv più attese degli ultimi anni si possa trasformare in uno stillicidio della memoria –può essere utile accompagnare la visione a una visione chiara di un albero genealogico. L’infografica di ExpressVPN sui Targaryen è sicuramente una risorsa da questo punto di vista. Ci aiuta a orientarci nelle pieghe della “Danza dei Draghi”, ci viene in soccorso se ci siamo distratti per un attimo, ci supporta nella comprensione delle sfortune che hanno da sempre caratterizzato la casata senza dubbio più affascinante dei Sette Regni.

Dieci episodi che ci hanno permesso di immergerci nelle ambientazioni più remote della serie televisiva ispirata ai racconti di George R.R. Martin, ricchi di colpi di scena, di svolte folli e fuori dall’ordinario, di fantasia elevata all’ennesima potenza. In questo gioco di equilibri, si mettono in discussione le discendenze, soprattutto quelle femminili, che tanto hanno caratterizzato – anche in Game of Thrones – la parabola di Daenerys. Praticamente, 172 anni prima della sua nascita, House of the Dragon ha riproposto, espandendolo sia nella durata temporale, sia nella centralità all’interno della costruzione narrativa, il diritto all’ascesa al trono di una donna.

Una tematica di forte attualità, dove diritti e pregiudizi trovano un terreno di scontro che si trasforma in battaglia spietata. I draghi come metafora potente dei tempi che stiamo attraversando, la rivendicazione di un ruolo come affermazione dei diritti civili: la storia della principessa Rhaenyra, antica antenata di Daenerys, primogenita e – quindi – destinata al trono secondo la logica delle discendenze rappresenta un fortissimo desiderio di autodeterminazione. Apprezzato dalla maggior parte degli appassionati della serie televisiva.

Ovviamente, nelle pieghe delle saghe familiari, occorre sempre non perdere nemmeno un minuto di ciascuna puntata per poter correttamente padroneggiare la materia e riprendere, dopo il tasto
stop, con lo stesso livello d’attenzione della volta precedente. Per evitare che l’oscurità che caratterizza alcuni episodi di House of the Dragon – si è trattato di una scelta stilistica molto ben dichiarata dagli autori della serie televisiva, che incontra un precedente nell’episodio della Lunga Notte nell’ultima stagione di Game of Thrones – non sia allo stesso tempo un’oscurità nella comprensione della trama, appoggiarsi agli alberi genealogici e alle brevi biografie che vengono realizzate per sintetizzare la vicenda può sicuramente rappresentare un vantaggio.

È qui che si costruisce la differenza tra una fruizione distratta del genere fantasy in generale e una visione consapevole delle serie televisive di questo tipo. Bisogna conoscere i personaggi, farli propri, padroneggiare la loro vicenda personale: soltanto in questo modo si potranno ricordare più a lungo le vicende che – oltre 200 anni prima di Game of Thrones, la serie da 47 premi Emmy su 128 nomination totali – hanno attribuito alla casata dei Targaryen la fama che li ha resi affascinanti e dannati, generosi e spietati, fragili e potenti allo stesso tempo. Forse House of the Dragon non può contare su caratteri ben costruiti come i protagonisti di Game of Thrones, ma la forza di questa serie televisiva sta nell’amalgama che si è venuta a creare tra intreccio e affresco complessivo dei personaggi. Un motivo ulteriore per chiarire quanto sia importante conoscere i loro legami.

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