‘L’Immortale’, Marco D’Amore racconta: “Non sarà uno spin-off senz’anima di ‘Gomorra’. Questo progetto è premeditato, non c’è niente di casuale”. Il trailer del film in uscita il 5 dicembre

13 Novembre, 2019 di Stefania

Marco D'Amore

Marco D'Amore

Manca sempre meno al debutto de L’immortale al cinema! Il film evento tratto dalla serie televisiva Gomorra, nato dal progetto editoriale di Roberto Saviano, approderà il prossimo cinque dicembre in tutte le sale ed è ufficialmente disponibile online il suo trailer ufficiale (QUI per vederlo).

L’uscita di scena di Ciro Di Marzio, interpretato da Marco D’Amore, nel finale della terza stagione aveva spiazzato tutti i fan che non si sarebbero mai aspettati di salutare così presto uno dei loro personaggi preferiti. Ma si è trattato di un breve saluto perché il boss criminale sta per tornare con delle nuove avvincenti avventure.

Dopo essere riemerso dalle acque del Golfo di Napoli, l’uomo sarà portato via verso nuovi espedienti, anche se la narrazione sarà divisa in due parti: la sua infanzia e la sua educazione criminale ambientata nella Napoli degli anni Ottanta, per la quale sarà il giovane Giuseppe Aiello a prestargli il volto, e i nuovi affari in Lettonia con la mafia russa.

Il progetto è attesissimo anche dal suo interprete principale, che si è preparato lungamente per questo che sarà un ulteriore importante tassello della sua carriera. Non ne è, infatti, soltanto il protagonista: Marco D’Amore è infatti anche il regista della pellicola, e ha sposato questo progetto nonostante l’opinione sfavorevole delle persone che lo circondano, che hanno provato in ogni modo a dissuaderlo. In esclusiva su Vanity Fair, il 38enne casertano si è raccontato a cuore aperto tra emozioni, paure e nuove significative sfide.

Sono un competitivo senza redenzione, non mi va di perdere neanche a briscola. Ho portato a termine tutto senza tardare di un solo giorno né costringere la troupe agli straordinari.

Dopo il finale della terza stagione e la sua scioccante morte, tutti lo fermavano per strada per chiedergli se quello fosse realmente il destino di Ciro o se ci fosse la possibilità di rivederlo in azione. Ebbene questa opportunità si sta ufficialmente concretizzando.

Sapevo che sarebbe accaduto, ma non lo potevo rivelare. Questo progetto è premeditato, non c’è niente di casuale. Sapevamo del ritorno di Ciro prima ancora di quel famoso finale che chiudeva la terza stagione di Gomorra. Come non è casuale che la quarta stagione della serie tv sia attraversata dal lutto. Il personaggio torna in scena adesso, ma l’idea parte da lontano. Parte dall’ossessione di raccontare. E dalla possibilità di sperimentare un linguaggio e creare un inedito crossover tra cinema e televisione, un ponte, un anello di congiunzione narrativo tra la quarta stagione di Gomorra appena tramontata e la quinta. L’immortale non è un episodio a se stante né uno spin-off senz’anima, ma un film che ha una sua indipendenza. La sfida sarà portare in sala tutti quelli che per varie ragioni Gomorra non l’hanno mai visto.

L’idea del partenopeo è quella di aprire uno scenario sulla vita e sul perché di alcune scelte prese dal suo personaggio, dall’infanzia in cui è cominciato tutto alle ultime gesta illegali.

Come penso di riuscirci? Con la profondità e la vertigine di una storia che partendo dalla povertà della Napoli scossa dalla guerra del contrabbando dei primi anni 80 arriva fino alle nuove rotte della criminalità e del narcotraffico emigrate nell’Est Europa. In mezzo a tutto questo, c’è la parabola di Ciro Di Marzio, che qui e lì, in Gomorra, aveva seminato una serie di riferimenti personali che con L’immortale ho provato a trasformare in biografia. Senza indulgenze né compiacimenti. Prima di arrivare alla stesura definitiva abbiamo scritto quattro soggetti che alla fine sono rimasti nel cassetto. Ciro aveva infinite possibilità di sviluppo. E’ nato dal principio di novembre del 1980. Quando il terremoto devasta l’Irpinia e non ha pietà della Napoli fatiscente dei palazzi di via Stadera e dei suoi abitanti, ha soli 21 giorni.

E aggiunge:

Nella terza stagione di Gomorra Genny domanda retoricamente a Sangue Blu se sappia il motivo per il quale a Ciro hanno dato il soprannome di “immortale” e poi glielo spiega: “Pecché teneva ventune juorne quanno vennette ’o terremoto c’atterrà ’a madre e ’o padre. Pienze, dint’a nu palazzo ’e trenta persone, isso è ll’unico ca è rrimasto vivo”. Il terremoto, nella prima puntata di Gomorra, avrebbe dovuto esserci. La scena era stata già scritta. Non venne mai girata, ma io me lo ricordavo bene. Da lì in fondo sono partito anche io. In quel novembre 1980 mia madre fuggiva per le scale di un condominio di Napoli mentre ogni cosa le crollava intorno. Sarei nato di lì a pochi mesi. Mia madre, a differenza di quella di Ciro, si salvò. Al mio personaggio invece quella perdita spalanca un domani diverso. Il domani di un uomo che dentro ha una ferita incancellabile e rincorre disperatamente un sentimento. Tenta in ogni modo di essere amato, prova a trovare qualcuno che gli voglia davvero bene. E al posto dell’amore, incontrando solo delusioni e tradimenti, reagisce in modo feroce, atroce, ingiustificabile. Ciro è il camorrista che uccide, ma anche quello che piange e si dispera: il criminale capace di picchi sentimentali ed emotivi che ti smuovono qualcosa e ti spingono, in un continuo conflitto tra adesione e ripulsa, ad amarlo o a odiarlo. Che Ciro troveremo ne L’immortale? Un Ciro che a guardarlo bene, non riconosco neanche io. È cambiato, trasformato, quasi trasfigurato.

In passato si è parlato spesso della sua decisione di lasciare la serie Sky, ecco ad oggi la verità:

È stata mia, in effetti. Avevo deciso di uscire dalla serie perché sentivo che non avevo più niente da dare e ne ho discusso a lungo con i vertici di Sky. Poi, all’improvviso, ho visto la possibilità di un altro percorso. Per esercizio personale, un esercizio che mi aiuta sempre nell’interpretazione dei personaggi, tengo un diario in cui lo interrogo per costruire storie parallele che non di rado mi portano molto lontano da quello che devo poi mettere in scena sul set. L’immortale fa parte di una di queste infinite derivazioni, ma per decidere di mettere in mare la barca, oltre al sostegno fondamentale di Nicola Maccanico e Riccardo Tozzi, complici fraterni di un’avventura apparentemente scriteriata, sono stati necessari tempo e riflessione.

Non era certo di intraprendere la via più giusta, aveva paura di incappare in un errore.

Quali dubbi avevo? Principalmente etici. Far risorgere Ciro potrebbe apparire immorale, ingiusto, inopportuno. Così ho rivolto all’idea di riportare in vita Ciro gli interrogativi più ampi per avere una risposta a ogni domanda. La prima tra tutte, una domanda lecita: “Perché sostenete sempre che la morte in Gomorra sia la massima pena per chi sceglie di delinquere e poi cambiate prospettiva?”.

Ma alla fine si è dato una risposta e ha percorso questa strada.

Che in quattro stagioni di Gomorra, funerale più funerale meno, tra vittime innocenti e vittime consapevoli del rischio che si assumevano, sono morte quasi 1.500 persone. Per molte di loro, la morte rappresenta comunque una pacificazione. L’abbandono di un’esistenza misera in cui un altrove, che sia anche la terra fresca, appare più consolante dei patimenti. Ecco, è questa tregua definitiva, che a Ciro, dannato tra i dannati, viene negata. Per Ciro non c’è pacificazione possibile e l’immortalità è una condanna. La sua pena è scontare la vita in terra, non avere riparo né salvezza dai fantasmi che lo rincorrono e dal male provocato. Dall’incapacità da un lato e dall’impossibilità per altri versi di cambiare rotta a un percorso stabilito altrove.

La sua vera vita non è all’ombra di quanto spesso si mostra nelle puntate di Gomorra. La dura realtà degli ambienti malavitosi della sua terra d’origine ha fatto da sfondo al suo percorso di crescita, ma sono state la buona educazione impartita dai suoi genitori e una buona dose di fortuna a fargli scampare molti pericoli. Anche se ha ammesso che fin da bambino sognava la popolarità.

A sei anni già firmavo autografi e mia nonna mia raccontava che dicevo in continuazione, incespicando nelle parole “voglio scrivere Marco D’Amore. Se era protagonismo? Non so, forse. So che ho avuto sempre bisogno di pormi degli obiettivi precisi. Di alzare l’asticella. Di mettermi alla prova. Di avere motivazioni fondate e stimoli intensi. Quando da ala provavo a scardinare le difese avversarie giocavo bene solo con quelli forti, se trovavo un rivale scarso mi trasformavo nel peggiore in campo.

E voi che ne pensate? Ansiosi di vedere L’immortale?