Fattore M: spazio dedicato a Marco Mengoni. Amy Winehouse e Marco. Riflessioni sulla vita di un’artista…

Marco Mengoni

(rubrica a cura di Valentina P.)

Salve a tutti! Questa settimana mi perdonerete un clamoroso off- topic, ma non appena ho aperto la consueta pagina Word, per scrivere la rubrica sul mio Mengons, il cervello si è ostinatamente piantato sulle immagini, i suoni, e le parole passate davanti ai miei occhi ieri sera. Ieri sera al cinema ho assistito a “Amy – The girl behind the name”, il film documentario diretto da Asif Kapadia su vita, opere e miserie della giovane Amy Winehouse, morta a 27 anni di arresto cardiaco nella sua casa di Londra, al termine di una (breve) vita fatta di talento smisurato, sregolatezza, solitudine, fragilità. Era una ragazza speciale Amy: sensibilissima, piena di passione per la vita. Una passione autentica, in cui la musica e i testi assumevano il ruolo di canale comunicativo privilegiato tra lei e il mondo. Lei non sognava palchi prestigiosi e dischi multiplatino; per lei, successo significava scrivere esprimendosi al massimo delle sue capacità comunicative, sentirsi rappresentata dal proprio lavoro, essere libera. Basta leggere uno solo dei testi, vere e proprie poesie, per capire le tempeste emotive che questa meravigliosa artista si portava dentro; e la sua straordinarietà stava proprio nel saper tradurre ogni piccolo sussulto della sua anima inquieta in un frammento di unicità. A questo, si aggiungeva la sua curiosità musicale che, unita alla matrice jazz rivisitata in chiave moderna, ha conferito alla sua musica una straordinaria originalità. Ed è nato lo stile Winehouse, inconfondibile, imitatissimo, irreplicabile.

Purtroppo, Amy era sola. Profondamente fragile, desiderosa di essere amata. Io ho notato che le persone dotate di grandi talenti, hanno d’altra parte enormi deficit. Come una specie di contrappeso, la natura toglie tanto a coloro a cui dà tanto. Ed Amy, che aveva le voragini nell’anima, ha combattuto 27 anni per riempire i suoi vuoti, ma senza alcun sostegno reale, senza una guida, non ce l’ha fatta.

Al termine della visione, io ho pensato tanto a Marco. Ho pensato in primis a cosa voglia dire essere artisti. Secondo me, Amy incarnava in toto l’essere artista, perché il suo era il classico approccio de “l’arte per l’arte”. Il fare musica, nel momento in cui è “drogato” da miliardi di vincoli discografici, perde di sincerità e artisticità. Chi tiene davvero alla propria produzione musicale, dovrebbe totalmente ribellarsi alle logiche di mercato, ai gusti del pubblico, oppure esiste un buon compromesso? Quando Marco sostiene di aver cambiato il suo linguaggio e la sua musica per migliorare la comunicazione con il suo pubblico, dice una cosa sincera e sacrosanta, o semplicemente giustifica la sua resa alle logiche del marketing e al desiderio (comunque legittimo) di vendere più dischi?

Sempre in riferimento alla vita di Amy, ho inoltre pensato all’importanza della rete sociale, intorno a Marco. Sin dagli esordi, la vicinanza profonda del suo nucleo familiare è stata una costante: garbati, discreti, ma sempre presenti, i suoi parenti (ovviamente non tutti!) lo hanno seguito in questo percorso, supportandolo materialmente e moralmente. Ho visto io stessa la mamma di Marco seguirlo per l’Italia e avvolgerlo in accappatoi al termine di concerti fisicamente prostranti (con febbrone da cavallo annesso). D’altra parte, Marco stesso ha lottato per avere un team di lavoro che gli fosse prima di tutto affine umanamente. Da questo punto di vista, il nostro Mengons è stato molto fortunato, ma anche maturo, lucido e lungimirante.

Ho pensato anche un’altra cosa: che Marco, durante la visione di questa pellicola (e sono certa che non se la sia persa!) avrà pianto. Tanto.

Prima di chiudere, vi lascio i tributi a Amy Winehouse che il Mengons ha voluto regalarci in questi anni: “Back to black”, cantata praticamente all’indomani della scomparsa dell’artista, sul palco del “Festival Gaber” a Viareggio nel luglio 2011:

e “Rehab”, eseguita a cappella e inserita in scaletta nel “Tour Teatrale 2012”, nella versione di Genova dell’aprile 2012:

Alla prossima! Valentina

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